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La fine dell’industria musicale

DI SOLITO QUESTO tipo di speculazioni non le faccio (sono un cronista, non un analista di mercato), ma stasera, sarà il caldo o la stanchezza, mi viene così. Dunque, partiamo dal principio. Mi sa che l’industria musicale così come la conosciamo sia arrivata alla frutta. Me l’ha fatto venire in mente l’annuncio che Universal ha deciso di ritirarsi dall’iTunes Store di Apple. Dà la sensazione di essere una mossa difensiva: dopotutto quando venne siglato l’accordo per l’iTunes, nel 2003, era piccola cosa e non si aspettavano che il negozio di Apple vendesse miliardi di canzoni e diventasse una vera e propria piattaforma che alimenta l’iPod. Per questo sostanzialmente le case discografiche acconsentirono alle condizioni di Apple circa il prezzo fisso di 99 centesimi.

Valore Se vi mettete per un attimo dal punto di vista delle major, non è una bella situazione: anche se la musica legale in rete cresce, i prezzi e la distribuzione non li fanno loro. E la musica venduta in Cd ha un calo anno su anno del 20%. Secondo il centro di ricerca britannico Enders Analysis, il valore del mercato musicale mondiale nel 2009 si sarà ridotto a 23 miliardi di dollari rispetto ai 45 del 1999, e comunque calerà del 16% rispetto al 2006. Nel 2006, invece, sono state vendute 795 milioni di canzoni (+89% rispetto all’anno prima) ma, come dicevo, il prezzo lo avevano stabilito i negozi online (in tutto sono circa 500, anche se a contare è quello di Apple) e non le major discografiche. Adesso arriva anche l’iPhone e quindi il mercato della musica digitale per telefonini rischia di restare ingabbiata nello stesso paradigma dell’iTunes Store. Guardate nel grafico il consumo di musica nei cinque paesi europei chiave, ad esempio. Il telefonino è così importante per le canzoni e le suonerie (che sono anch’esse basate sul principio del diritto d’autore e spesso sono “estratte” da canzoni vere e proprie) da spingere una delle quattro major a tentare la carta alternativa del “faccio tutto da me”. Perché?

Perché le case discografiche non sono gli artisti o i produttori delle canzoni. Loro sono solo i distributori che si reggono su un monopolio di fatto della distribuzione, marketing e politiche dei prezzi. Oggi il primo elemento appartiene alle piattaforme in rete come iTunes, il secondo passa più per MySpace che non per le riviste musicali foraggiate dalle major, e il terzo lo decidono sempre di più le piattaforme come iTunes.

Inoltre, altro errore capitale, le major non stanno investendo sugli artisti e la loro creatività – la scena degli indipendenti è più interessante che non i “kolossal da hit parade” che sempre più sono i vecchietti degli anni Settanta e Ottanta rispolverati – mentre questi ultimi stanno cominciano a stringere da soli gli accordi con aggregatori e distributori saltando a piè pari le major. Tutto questo mi fa pensare che forse forse, l’industria musicale per come la conoscevamo a partire dal dopoguerra sia arrivata alla fine. E’ solo questione di tempo…