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No-Patent

IL BREVETTO? NON conviene. Anzi, fa proprio male. La tesi, un po' radicale ma argomentata con studi che risalgono indietro di decenni, è al centro di un libro (intitolato Do Patents Work?) che verrà pubblicato all'inizio dell'anno prossimo negli Stati Uniti. Qui se ne trova una sintesi degli autori, qui un articolo [RegReq] pubblicato dal New York Times e qui Slashdot che lancia la palla nella blogsfera.

Qual è il punto? A parte le industrie farmaceutiche - che campano per i due terzi del fatturato sui brevetti - le altre probabilmente li pagano di più di quanto poi essi non rendano. Detto in altre parole: i brevetti non convengono economicamente. Sembra una materia sterile da dibattiti per (costosi) avvocati, ma in realtà la validità economica dei brevetti è uno degli aspetti chiave della proprietà intellettuale. E se c'è una cosa che oggi viene messa alla berlina e al contempo esaltata dai suoi difensori è proprio il tema di chi scopre le idee e poi le possiede e, soprattutto, in che modo può esercitarne il possesso.

Le cose, ahimé, sono ancor più complicate di così.

C'è infatti anche chi è completamente contro il sistema dell'Intellectual Monopoly, inteso come meccanismo deteriore che avvelena la competizione in tanti settori e crea delle distorsioni al mercato non da poco. E l'argomento che non si può essere creativi se non si è "costretti" a superare dei limiti (delle scadenze, delle soluzioni trovate da altri ma già brevettate e via dicendo) vale fino a un certo punto.

Anche la valutazione, che va tanto nei giornali italiani, di valutare il tasso di innovazione contando semplicemente i brevetti registrati è in parte fine a se stessa se a) non si contano anche quelli economicamente rilevanti (ci sono istituzioni di studio e ricerca, all'estero, che considerano più valido il criterio della redditività) e b) non ci si mette d'accordo su un punto. Cioè, il brevetto è o non è lo strumento con il quale e per il quale si fa la ricerca?

Se poi vogliamo scavare un po' più a fondo, magari al di fuori del mondo informatico (che è oggettivamente sovraesposto se non altro perché l'arena digitale è stata popolata a lungo da un gruppo culturalmente omogeneo di informatici e sovra-rappresentato nella società), si può allargare il discorso dei brevetti al suo significato giuridico originario: il diritto offerto dallo Stato all'inventore di utilizzare in esclusiva l'oggetto del brevetto per un periodo di tempo limitato in cambio della sua pubblicazione. Accelerando le dinamiche economiche per via di un più rapido svilupparsi della tecnologia e della comunicazione, forse la durata dei brevetti potrebbe essere rivista. O l'opportunità stessa di registrarli. Altrimenti si creano delle diseconomie di mercato, delle inefficienze e dei monopoli di fatto. Non sono cose belle.

Brevetti, marchi registrati e diritti di copia sono gli elementi che stanno sotto l'ombrello della proprietà intellettuale. Da noi il Codice della proprietà intellettuale (che è la legge di riordino delle norme interne e di armonizzazione con quelle comunitarie) è recente, risalendo al principio del 2005. La distinzione tra proprietà intellettuale e proprietà industriale - introdotta proprio dal summenzionato codice - non è di poco momento, dato che la proprietà intellettuale raccoglie anche, oltre ai brevetti e ai marchi, il diritto d'autore. E quando si entra nel campo del diritto d'autore, si entra in una giungla.

Val la pena di richiamare il fatto che vi sia un parallelo tra le difficoltà che incontra l'uno (brevetto) e l'altro (il diritto d'autore) nell'attuale sistema economico, sociale e della ricerca. La Commissione europea sta lavorando, su quest'ultimo versante, alla realizzazione di una direttaiva che introduca anche in Europa il concetto di fair use, che a sua volta sarà una bella mazzata per i nostri amici titolari dei diritti di riproduzione e d'uso (spesso e volentieri, non si tratta dell'autore dell'opera). Ah, nel diritto d'autore, per quanto singolare appaia, rientrano anche il software e le banche dati...

Commenti

Ciao Antonio, mi sono occupato intensivamente nel 2005 di questo tema per via della credo nota questione relativa alla brevettabilità del sw in europa. Ecco, direi che vale la pena distinguere tra brevetti in generale e brevetti software in particolare. Gli studi di Bessen che tu citi sostanzialmente dicono quanto segue:
a) da quando c'è la brevettabilità del software negli Stati Uniti (da molto meno di quanto si pensi), il ritmo di brevvetti software sottomessi è aumentato a tale punto che oggi rappresentano circa il 15% di tutti i brevetti
b) al contrario di quanto tutti credono, a cercano di fare credere, i numeri dicono che chi aumentato il tasso di brevettazione ha diminuito il tasso di investimenti in ricerca

Quindi, Il punto b) è in netta contraddizione con uno dei teoremi dell'homo oeconomicus secondo il quale l'istituto del brevetto incentiva l'innovazione. Sembrerebbe che conviene, almeno nel sw, investire in brevetti piuttosto che in R&D, perché il primo blocca l'innovazione altrui, mentre la seconda no, serve solo per fare avanzare la propria.

Io parlo solo di brevetto sw, perché sugli altri brevetti onestamente non ho competenze per esprimermi. Certo, so che un brevetto nel settore farmaceutico costa circa 800 milioni di dollari e circa 12 anni prima di superare i severissimi (in tutti i sensi) esami della Food&Drug americana (senza il cui bollino un brevetto vale quasi nulla) e quindi si tratta di cosa molto differente dai brevetti sw (o di metodologie o di processi commerciali) il cui costo si assira in circa 15/2ok euro ciascuno in spese legali, perché per brevettare basta avere idee, anche sotto la doccia, senza bisogno di investire neppure un cent in implementazione. Inoltre il sw è già ampiamente coperto dal diritto d'autore. BTW, se fosse esistito in US l'istituo del brevetto sw a metà degli anni 70, oggi non esisterebbero microsoft, apple, sun microsystem e via dicendo, perché hanno tutti copiato dallo Xerox PARC (Palo Alto Recenter Center) di Paolo Alto, dove è stato inventato quasi tutto ciò che esiste oggi nel mondo dell'ICT.

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