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Un ricordo di Steve Jobs

Negli ultimi dieci anni ho seguito per lavoro Apple da vicino, incontrando i suoi vertici e più volte lo stesso Steve Jobs. Ho visto l'azienda crescere in maniera straordinaria e il leader carismatico diventare un'icona culturale, un personaggio capace di suscitare letteralmente un profondo amore o un altrettanto profondo fastidio. A San Francisco, ai piedi del palco del Moscone Center dove lo scorso luglio ha tenuto il suo ultimo keynote, mi è rimasta negli occhi un'immagine molto privata di Steve Jobs.

L'uomo, ancora una volta visibilmente affaticato e smagrito dalla malattia, dopo aver presentato le novità della giornata è sceso dal palco, si è avvicinato alle prime file degli spettatori ed ha appoggiato quasi con timidezza la testa sulla spalla della moglie Laurene. Un gesto di affetto durato pochi secondi che oggi abbiamo capito essere in realtà la ricerca di conforto dopo il commiato silenzioso, segreto, dal suo pubblico. Forse sperava di no, ma quel giorno Steve Jobs in qualche modo sapeva che non sarebbe mai più salito sul palco davanti al suo pubblico per stupire ancora una volta il mondo. Pochi giorni dopo ha passato il testimone a Tim Cook e poi, ieri, è morto.

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